Tra mito e psiche. L’occhio di Odino e la porta della visione interiore

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 2 ottobre 2013

L’albero più mirabile è senza dubbio più conosciuto della mitologia nordica porta il nome di Yggdrasil. Centro dell’universo nei racconti norreni, le sue radici affondano in un abisso senza fine mentre i suoi rami si innalzano oltre ogni vista umana, eppure radici e rami si richiudono come a formare una specie di uovo nel quale uomini, dei e giganti vivono insieme pur nei rispettivi piani di esistenza.

Nove infatti erano i mondi sorretti dal portentoso albero alla cui cura erano preposte le Norne, tre antiche dee che sovrintendevano al fato degli dei e dei mortali. Odino nonostante la sua posizione di padre di tutti gli dei, non aveva la conoscenza di ogni cosa e la sua vista, pur avendo entrambi gli occhi, era limitata. Decise allora di intraprendere un viaggio che gli avrebbe consentito di avere consapevolezza di qualsiasi cosa accadesse nei nove regni. La tradizione raccontava che in uno di questi, quello dei giganti, ne vivesse uno in particolare chiamato Mìmir, custode di una fonte dalla quale scaturiva un idromele estremamente prezioso.

Giunto nel regno dei Giganti, Odino si reca presso Mìmir, chiedendo di bere dalla fonte perché la sua particolarità risiedeva proprio nel concedere ogni tipo di conoscenza a chi si fosse dissetato con il suo liquido. Il gigante inizialmente non acconsente e chiede ad Odino in cambio qualcosa di altrettanto prezioso. A questo punto il padre degli dei decide di lasciare in pegno perenne un suo occhio e lo deposita sul bordo della fonte. Mìmir accetta questo sacrificio ed Odino beve dalla fonte, acquisendo in questo modo la consapevolezza di tutto ciò che accade sui rami di Yggdrasil.

Tornava quindi sul suo trono di Asgard, Odino, con un occhio in meno, ma nonostante questo ora vedeva molto di più e molto più approfonditamente di prima.

Questa leggenda, narrata nell’Edda e nella Voluspà1)Due tra i più importanti testi antichi della mitologia norrena, nasconde dei profondi significati simbolici. La fonte magica portatrice di consapevolezza rimanda al femminile sacro che vive in ognuno di noi così come l’idromele che ne scaturisce simboleggia il rapporto con il nostro inconscio, creativo e capace di portarci verso una più profonda conoscenza di noi stessi e del nostro spirito. L’occhio poi è un antichissimo simbolo, ripreso da moltissime religioni e società esoteriche quali ad esempio la Massoneria, il cui significato rimanda “all’avere consapevolezza di …”. Ecco dunque che un occhio lasciato in pegno presso una fonte diventa metafora dell’occhio interiore, quello cui in oriente ci si riferisce come terzo occhio, che dona la vista sui fatti dell’anima.

Jung stesso in un ciclo di conferenze affrontò simbolicamente questo mito norreno il cui testo originale così si esprime:

Tutto io so, Odhinn,
dove hai nascosto il tuo occhio,
nella fonte famosa di Mìmir;
Mìmir beve il met
ogni giorno
sul pegno di Valfodhr.2)Snorri Sturluson, Edda, Adelphi, Milano, 2013, pg. 65.

Se Odino veniva chiamato anche Valfodhr, letteralmente traducibile come “padre del combattimento” e Allfodhr, “padre di tutti”, deve necessariamente esserci anche una madre. La sposa celeste di Odino era infatti Frigg, dea della veggenza e della saggezza, alla quale ci si riferiva come “Signora degli dei”.

Non occorre andare troppo lontano per sentire ancora vive le voci di Odino e Frygg. Usando il nostro occhio od orecchio interiore infatti riusciamo ancora a prendere contatto con queste antiche divinità. Tutte le volte che avvertiamo in noi il desiderio di “dare battaglia” per affermarci nella vita stiamo ascoltando la voce di Odino, così come tutte le volte che ci facciamo guidare dalle nostre profonde intuizioni, accogliamo in noi la veggenza di Frygg. Jung ha evidenziato molto chiaramente come, spesso, attribuiamo erroneamente a noi stessi i pensieri che ci vengono in mente, credendo fermamente di averli “generati”. Facciamo attenzione a questo modo di vedere perché i pensieri che ci attraversano potrebbero non essere “nostri” e potrebbero non provenire da noi. Gli antichi dei ancora parlano e noi siamo in grado di sentirli.

Note   [ + ]

1. Due tra i più importanti testi antichi della mitologia norrena
2. Snorri Sturluson, Edda, Adelphi, Milano, 2013, pg. 65.

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