Serpenti dal profondo. L’inconscio e le tradizioni popolari. (Parte 2°)

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 17 settembre 2014

(…continua). Come accennavo poco prima, il problema del sincretismo tra cristianesimo e paganesimo è un tema spinoso da affrontare. Riuscire ad approcciarsi verso questa tematica attraverso l’ottica del buon senso è veramente difficile. Altre importanti motivazioni, oltre a quelle già fornite, sono alla base di questa difficoltà. Per comprendere meglio è necessario ricorrere alla filosofia medievale e più precisamente al concetto di “ipseità” della filosofia scolastica. Ci si domandava in breve quale potesse essere il nucleo radicale di ogni essere umano, cioè cosa, in nuce, ognuno di noi è, qual è la nostra essenza. Nell’ottica comune è facile comprendere come, se una persona definisce se stessa come cristiana, questa particolare impostazione apparentemente entri a far parte della sua “ipseità” e quindi determini il suo modo di vedersi e di affrontare la vita. Lo stesso problema tuttavia sarà affrontato più tardi dalla psicologia junghana e prenderà il nome di “identificazione”. In questo caso, dopo la scoperta dell’importanza straordinaria che riveste l’inconscio nella vita di ciascuno di noi, si è giunti a comprendere che “l’ipseità” come intesa dalla corrente della scolastica, ovvero quel nucleo radicale che identifica univocamente ciascun uomo, potrebbe non coincidere (e spesso è così), con quello che egli pensa di “essere” o, per essere più corretti, con le idee con le quali egli si “identifica” per via dei suoi pensieri coscienti. Per comprendere realmente chi siamo, dunque, non vi è altra strada che affrontare l’ignoto che ci proviene dall’inconscio.

Tale confronto tuttavia porta con se una serie di disagi. L’idea di mettersi in discussione e di verificare se la propria “identificazione” sia realmente “essenziale”, è una prova di coraggio che, da sola, scoraggia i più. Come si può leggere nel vangelo “multi sunt vocati, pauci vero electi1)Matteo 20,16.. Porre in dubbio quello che pensiamo di essere avvicina alla paura ancestrale di annullamento di se stessi e quindi di morte. Se non sono quello che, per tutta una vita, ho pensato di essere, allora cosa sono? Il timore del nulla e del buio ci assale e l’inconscio assume la connotazione di madre terribile e divorante, prendendo un aspetto mortifero in grado scoraggiare quei valorosi “cavalieri” che si sono messi alla ricerca del “Sacro Graal”, ovvero, in termini simbolici, del proprio spirito, della propria vera ed ultima essenza.

Di fronte a questa paura ecco venirci in soccorso il serpente, in latino traducibile anche con la parola “Draco”, il guardiano di soglia per eccellenza che accetta o respinge i “cavalieri postulanti” che chiedono l’ingresso nel mondo dell’inconscio alla ricerca di se stessi. Questo Drago, che come racconta il mito di Mosè e del Serpente di Bronzo, uccide o salva, è la forza primigenia con la quale entrare in contatto e che è necessario imparare a “cavalcare” per esplorare questo regno interiore che è altrettanto reale di quello fisico che tutti noi conosciamo.

Ecco che, avere un santo come San Domenico, in grado di addomesticare i “serpenti” è indispensabile ed è interessante sottolineare il fatto che, proprio nelle stesse valli abruzzesi in cui il buon abate portava avanti al sua opera, una Dea, molto più antica di lui, si occupava delle stesse questioni, proprio in virtù di quel concetto di sincretismo cui ho accennato in precedenza. Tiberius Catius Asconius Silius Italicus, avvocato ai tempi dell’antica Roma, sul finire della sua vita, ci ha lasciato una descrizione di questa Dea:

[…] la gioventù marsicana era parimenti esperta [nell’arte della guerra n.d.r.]. Eppure espertissima nell’addormentare con incanti i serpenti e togliere con ignoti succhi e canti il dente avvelenato alle vipere. Figlia di Eeto come è tradizione, Angizia insegnò per prima a conoscere le cattive erbe e con il tocco rese innocui i veleni, attrasse la luna, arrestò con le sue grida le acque dei fiumi ed i monti ubbidienti alla sua voce si spogliarono delle selve.2)Punicae

Dunque la Dea Angizia, molto prima di San Domenico, si occupava di procurare un buon rapporto tra l’uomo e la natura, anche quella interiore. “Sincreticamente” parlando, che vi rivolgiate a San Domenico oppure alla Dea Angizia non ha molta importanza, quel che realmente conta è che abbiate un buon rapporto con il vostro serpente…

Note   [ + ]

1. Matteo 20,16.
2. Punicae

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