Scatole per pensieri

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 21 marzo 2016

È probabile che al termine della lettura di questo breve articolo avrete più domande che risposte. In effetti potrebbe essere una cosa buona dal momento che credo di aver letto da qualche parte che l’importante, nella ricerca interiore, è giungere a porsi le domande corrette piuttosto che trovare le risposte giuste. Avviamoci quindi lungo la strada che porta dalla testa al cuore e viceversa osservando i paradossi che incontreremo lungo la via.

Quando guardiamo la realtà, interiore od esteriore che sia, quel che vediamo non è mai la “realtà vera”, ma sempre una sua approssimazione, una sorta di risultante che viene determinata dalle nostre percezioni le quali, a loro volta, sono largamente influenzate da quel che siamo, da quel che pensiamo e dal contenuto del nostro inconscio. Essere oggettivi quindi è praticamente impossibile, possiamo al massimo cercare di essere aderenti al nostro sentire e rimandare nel mondo quello che abbiamo sentito rispetto ad una data situazione. È tuttavia possibile migliorare tale condizione portando alla coscienza i nostri complessi e riuscendo ad osservare come i motivi archetipici siano perturbanti rispetto alla percezione della nostra realtà. Agendo in questo modo possiamo almeno ripulire il filtro attraverso il quale leggiamo i fattori esterni senza la pretesa, tipica di molte persone che hanno fatto della “spiritualità” un mestiere economicamente vantaggioso, di essere “arrivati”.

Se stiamo un attimo con questa cosa sentiremo la sedia sotto il nostro sedere traballare fortemente. La realtà in quanto tale scompare lasciando il posto ad un’esistenza liquida dove confini e fattori determinanti semplicemente sono relativi. Pirandello avrebbe senz’altro detto “Così è (se vi pare)”.

Oggettivo e soggettivo si vengono a trovare sullo stesso piano, nulla può essere certo e ci troviamo davanti ad uno specchio vuoto che riflette infinitamente se stesso senza soluzione di continuità. Tutti i sistemi esoterici perdono di significato ed i punti di riferimento sono sempre positivamente decisi dall’arbitrio di qualcuno che ha deciso di segnare una linea sulla sabbia in attesa della prossima onda che ineluttabilmente la cancellerà.

Umberto Galimberti ha visto bene, al tramonto delle religioni e delle ideologie politiche (della qual cosa non posso che essere felice visto i risultati che hanno portato) è seguito il nulla. Parola terribile quest’ultima che mi riporta alla mente quel bellissimo racconto fantasy, impregnato di esoterismo, che si intitola “La storia infinita”, dove il “nulla” divora il regno di Fantasia.

Gli antichi latini l’avrebbero tradotta con il termine “nihil” da cui è derivato il moderno termine di nichilismo.

Oppure esistono dei punti fissi? Delle “scatole” dalle “dimensioni” finite entro le quali poter racchiudere idee e fatti veri? Anche questa è una necessità umana dopotutto. Gli alchimisti infatti si trovavano a dover distillare tutta questa “liquidità senza confini” per trarre la quintessenza della realtà, un condensato secco che descriveva l’anima di una data cosa, di una materia “vera”, radicale ed esistente di per se stessa come monade davanti alla divinità così da poter dire finalmente: SI, questa cosa esiste oggettivamente ed ha QUESTE caratteristiche e non altre.

Scoprire la propria essenza, la propria ipseità, la propria individualità “oggettiva” ci dona la certezza di essere e da tale certezza possiamo successivamente muoverci per “essere” in relazione con altre “essenze”.

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