L’estensione dei confini interiori ed il maschile che protegge il “limes”

Circa diciannove secoli or sono l’Impero di Roma raggiunse la sua massima espansione geografica. Esso infatti si estendeva dall’estremo nord dell’Europa sino alla Mesopotamia, realizzando in questo modo un’unità territoriale che aveva ben pochi precedenti nella storia umana. La difficoltà di gestione di un simile ente politico è di tutta evidenza, ancor più se consideriamo l’enorme estensione dei confini che erano continuamente sottoposti a pressioni militari da popoli di diversa origine, dai Caledoni a Nord sino ai Parti all’estremità orientale dell’Impero. Roma si trovò nelle condizioni di doversi dunque dotare di un efficiente sistema di protezione del proprio confine, il “limes” per l’appunto. Si disposero lungo questa linea fortificazioni e posti di osservazione più o meno stabili, vigilati da legioni appositamente create per tale scopo. Uomini che guardavano il confine quindi e proteggevano coloro che si trovavano alle proprie spalle. Si trattava di una situazione decisamente paradossale se osserviamo questi avvenimenti dal punto di vista dei popoli che Roma assoggettò. Questi ultimi infatti si trovarono ad essere “difesi” dai propri conquistatori da altri potenziali conquistatori. Si pone dunque il problema del “confine” e di come questo interagisca con l’identità culturale propria di un popolo. Spesso è la natura stessa a decidere questo fattore là dove esistano caratteristiche geografiche che fungono spontaneamente da limite (“limes”). Nel luogo in cui tale limite compare e la comunicazione tra gruppi umani si fa difficile, se non impossibile, si viene a creare una diversità che è la base stessa della ricchezza culturale e spirituale degli uomini. L’esistenza di un confine forma dunque il presupposto necessario alla possibilità che si sviluppino tradizioni religiose e culturali differenti. L’amore per la diversità si esprime anche attraverso l’amore per i confini. Tuttavia il confine non è un’entità assolutamente invalicabile ma, così come la nostra pelle, deve essere semipermeabile poiché un sistema chiuso diventa presto uno stagno e lì dove l’acqua non fluisce nel giro di breve tempo appaiono i sintomi della morte. L’energia preposta alla vigilanza dei confini è quella maschile e questa cosa si riverbera dagli ambiti più sottili a quelli più materici. Pensiamo ad esempio al noto mitologema induista che riporta della danza di distruzione compiuta dalle Dea Kali. Avvolta in un orgia di sangue, questa Dea avanza inarrestabile portando ovunque morte. La sua danza si interrompe solo nel momento in cui trova sul suo cammino Shiva, il suo compagno, che segna, per l’appunto, un limite al di là del quale l’opera di distruzione deve essere fermata. Nelle mani del maschile vi deve essere quindi la consapevolezza di saper discernere cosa può o non può passare il limes. In questo compito è aiutato dalle energie femminili le quali recano il dono del saper intuire la strada da perseguire, anche andando al di là di quel che la mente razionale suggerisce o potrebbe indicare con “ragioni evidenti”. Nel campo della crescita interiore si dice che l’integrazione di elementi psichici deve avvenire per zone di contiguità, ovvero possiamo integrare traendo dall’inconscio e portando nella sfera della coscienza, solo ciò che il nostro io è in grado di accogliere senza pericoli per la propria sussistenza ed integrità. Anche in questo caso, evidentemente, si tratta dell’attraversamento di un confine di natura interiore che riconduce alle parole del Cristo nel momento in cui compie la celebre affermazione:

“Ama il prossimo tuo come te stesso” .1)Matteo 19,19.

Il “prossimo tuo”, potrebbe essere psicologicamente inteso come quella parte di noi che vive nel nostro inconscio e che sempre generosamente la vita ripropone anche come persone reali che entrano nell’orbita della nostra vita sociale. Questa affermazione inoltre sembra essere un invito ad una integrazione di elementi che ha inizio necessariamente da quelli che ci sono affini, ovvero quelli che pur essendo inconsci, gravitano attorno alla sfera della coscienza poiché più prossimi ad essere integrati. Dunque i confini della consapevolezza possono essere estesi e ad ogni estensione si crea un nuovo confine che sarà compito del maschile vigilare. Ogni confine, fisico od interiore che sia, è una nuova “forma” la quale tuttavia dovrà essere ciclicamente ridiscussa per consentire ulteriori espansioni ed integrazioni. È il motivo per il quale negli antichi culti di Dioniso era previsto l’uso delle maschere, “forme” che, di anno in anno, andavano a rappresentare la morte e la rinascita di questa antichissima divinità. Le festività legate a Dioniso infatti prevedevano un ciclo biennale dove durante il primo anno il Dio veniva considerato morto e la sua maschera, unitamente ad un mantello, venivano appese all’esterno del Tempio a lui dedicato, mentre nel secondo anno tornava in vita, e, conseguentemente maschera e mantello venivano messe da parte poiché il Dio era presente. Il Sé guida questa danza dove la forma, cioè il confine, si crea e si dissolve a seconda delle necessità di ogni anima, formando un imprevedibile percorso di ritorno verso casa che genera la bellezza ed il piacere di essere al mondo.

Note   [ + ]

1. Matteo 19,19.

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