“Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale”

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 28 novembre 2012

Se il chicco di grano caduto in terra non muore,rimane solo;

se invece muore, produce molto frutto.1)Salmi 118,22 e Marco 12,10-11

Undici ore. Tante ne erano passate da quando ero entrato in quel locale angusto e buio. La luce fioca dell’unica candela presente creava un gioco di luci sulle orbite vuote del teschio che avevo davanti a me. Ce ne sarebbe abbastanza per provare paura ma qualcosa in fondo al cuore mi diceva che, anche in quel momento, al cospetto di uno dei più antichi simboli della morte, erano da mantenere vive la speranza e la fiducia. Il gallo disegnato sulla parete ad est, il punto cardinale dal quale il sole torna a sorgere ogni giorno, sembrava indicare una strada, un percorso che mi avrebbe condotto fuori da quel posto così scuro. “Si, lo so, ne conosco il significato”, diceva la mia mente, il mio io razionale, il mio “chicco di grano” che ancora non voleva confrontarsi con quel buio e si rifugiava nella conoscenza pur di sfuggirgli il più lontano possibile.

Il buio. Chi non ha avuto paura di questa presenza impalpabile, in grado di annullare quei limiti e quei confini che ci danno sicurezza? La nostra mente logica, abituata a muoversi in un ambito fatto di cose certe e concrete, si ritrova smarrita davanti alla sensazione di vuoto che l’oscurità porta con se e tenta di difendersi riempiendolo di idee e ricordi. Qualsiasi cosa diventa utile pur di rendere tollerabile quella sensazione di naufragare nel nulla. Un flusso ininterrotto di pensieri ci impedisce di fare l’unica cosa che andrebbe fatta. Stare. A ben guardare tuttavia, questa cosa non dovrebbe esserci sconosciuta perché tutti noi, ogni notte, sperimentiamo questo “annullamento” del nostro “io” nel momento in cui ci addormentiamo. Cosa accada in quel frangente alla nostra coscienza ordinaria rimane tutt’ora un mistero. Quando la sua “luce” si dissolve scendiamo in un luogo di cui non abbiamo contezza e che tuttavia alcune volte si rende percepibile attraverso i sogni. Gli antichi greci paragonavano questo stato alla morte e non a caso nella loro mitologia, Hypnos, il dio del sonno, e Thanatos, il dio della morte, erano fratelli gemelli, generati da Notte ed Erebo.

L’esoterismo, inteso come mezzo per conoscere e trasformare se stessi, muove i suoi primi passi proprio verso tali aspetti profondi ed ignoti dell’essere umano, luoghi ai quali il nostro “io” non ha accesso. Gli alchimisti, il cui scopo era quello di esplorare lo spirito attraverso la materia, avevano compreso l’importanza di questa discesa nelle profondità. Apprestandosi infatti ad iniziare la loro opera, indicavano il primo passaggio da compiere con un acronimo molto importante : V.I.T.R.I.O.L.U.M., ovvero “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam”, visita l’interno della terra e lavora la pietra occulta che vi troverai, vera medicina. Parole oscure che alludono allo scendere in un antro sotterraneo ed alla scoperta di una “pietra”. Altri antichi testi ci parlano di questa pietra, indicandola con il nome di “Lapis exillis”, pietra dunque alla quale comunemente non viene attribuita importanza e vi si accenna anche nei vangeli: “la pietra che è stata scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”2)Giovanni 12, 24. Alzando il velo del simbolo per cercare di dare una delle possibili letture del significato di questa pietra, possiamo dire che, comunemente, tutto quello che riguarda il mondo onirico gode di scarsa attenzione ed in pochi vi si rivolgerebbero per cercarvi il significato più sottile dell’esistenza umana. Tuttavia proprio quella parte della nostra psiche che i più hanno scartato è una delle chiavi che da accesso all’edificio della nostra autentica interiorità. Nel precedente articolo accennavo al Dio “geloso” dell’Antico Testamento, che nel suo famoso decalogo così comanda: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”. Parimenti, il nostro “io” cosciente, vive nella convinzione di essere il “D-io” della nostra psiche, detentore unico della nostra volontà e delle nostre azioni, una specie di Sole che regna incontrastato. Quando scende la notte tuttavia, come l’esperienza insegna ad ognuno di noi, e questo Sole è tramontato ad ovest, siamo in grado di scorgere tutti gli altri pianeti e tutte le altre stelle che esistono e vivono nel nostro inconscio e che costituiscono la nostra ricchezza potenziale.

In tutti i percorsi spirituali di natura iniziatica il primo rituale che si pone in essere ha sempre come tema la morte, la dissoluzione di chi si appresta a compiere il cammino della propria interiorità. In alchimia questo procedimento portava il nome di “Nigredo” e si realizzava attraverso la putrefazione della pietra ossia in senso simbolico attraverso la morte del nostro “io”. Jung, in maniera molto opportuna, ha identificato la nostra ordinaria coscienza con la locuzione di “complesso dell’io”, proprio a voler significare che questa nostra componente non vive sola all’interno della nostra psiche ma condivide lo stesso spazio insieme ad altri ed innumerevoli complessi. Ecco dunque che il nostro Odisseo, partito per il suo viaggio, si trova a dover affrontare un salto nel “buio” con l’unica cosa di cui si può disporre quando andiamo incontro all’ignoto: la fiducia.

Note   [ + ]

1. Salmi 118,22 e Marco 12,10-11
2. Giovanni 12, 24

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