La fotografia come viaggio verso il Sé.

Era a cavallo tra gli anni 60 e gli anni 70, sulle bancarelle delle feste patronali facevano capolino le prime macchinine fotografiche giocattolo, che non producevano nessuna foto ma all’interno del finto mirino scorrevano immagini, per lo più di santi, madonnine, città o famosi paesaggi. Questo oggetto suscitava in me un grande stupore, più di una bambola, più di un peluche, più delle girandole colorate. Ecco, la mia passione per la fotografia credo sia nata proprio lungo quelle vie adornate di luminarie, tra il vociare della gente vestita a festa, le bancarelle di giocattoli ed il profumo delle noccioline americane. Lì ho iniziato a sognare di fotografare il mondo. Guardare dentro il piccolo mirino e sentire il suono di quel clic accendeva la mia fantasia, e la mia mente si popolava di fotografie immaginarie, come se fosse un terzo occhio che invece di guardare fuori dava forma a quello che la mia mente immaginava. Quel gesto nascondeva due mie caratteristiche: l’ interesse di guardare dentro, quel bisogno d’introspezione che percorre tutta la mia vita, e la creatività, e a differenza di quanto solitamente si afferma sulla fotografia, più che riconoscerle il tentativo di fermare un momento o ritrarre un luogo, per me diventa introspettiva ed espressiva, uno strumento che mi mette in connessione con la mia parte profonda e nello stesso tempo diventa un medium tra me e l’altro, tra il mio io cosciente e il mio inconscio, tra me e l’Unus Mundus.

Oggi quando fotografo la macchina fotografica diventa la voce narrante del mio viaggio interiore. Non è solo memoria, non racconta cioè solo i luoghi che io visito, ma tutto quello che la mia attenzione cattura, tutto quello che la mia parte analogica capta involontariamente diventando così un dialogo, una forma di comunicazione dell’anima, la mia e quella del “soggetto” che ho davanti, la mia e quella del luogo che fotografo. E’ quella relazione che la fotografia per me racconta, la fotografia come linguaggio, anzi…come metalinguaggio. Quindi la fotografia come narrazione attraverso le immagini, oltre ad essere un essenziale strumento relazionale, rappresenta anche, e soprattutto, il mezzo attraverso cui dare forma alla mia identità attivando quel processo di consapevolezza necessario alla crescita evolutiva. Narrare rappresenta l’unico modo che l’uomo ha per far conoscere un fatto o la propria storia, e per narrazione si intende non solo quella verbale, cioè il linguaggio fatto di parole che, tra l’altro, è arrivato dopo quello dei segni le cui tracce sono giunte sino a noi risalendo all’era del paleolitico. Il bisogno di comunicare attraverso le immagini, quindi, è antico quanto l’uomo. Gli sciamani nel dipingere animali sulle pareti delle loro caverne, i loro luoghi sacri, volevano augurarsi una buona caccia, caricando di significato quindi quei segni che diventavano contenitori di un bagaglio emozionale e il mezzo per dialogare con Dio.

Nel corso della vita, anche oggi, non facciamo altro che raccontare la nostra storia all’esterno attraverso atti narrativi (visivi o di scrittura) che inizialmente possono sembrare un voler riorganizzare gli episodi più significativi ed importanti della nostra vita, ma in realtà questa operazione nasce dalla necessità di dare un senso a quello che ci accade e più che raccontare agli altri diventa un raccontarci a noi stessi. Diventa una ricerca della propria identità. Narrare rappresenta, quindi, un’operazione di consapevolezza. Ma in che modo avviene questo processo? La fotografia, tralasciando tutte le molteplici forme di definizioni che se ne danno nei vari ambiti artistici psicologici, filosofici, culturali etc., essenzialmente è un immagine, e come tale utilizza il linguaggio simbolico dell’inconscio, una zona della nostra psiche che, secondo la psicologia del profondo di Jung, contiene istinti, impulsi, emozioni, pensieri e dinamiche comportamentali di cui non siamo coscienti. Se pensiamo che da ricerche e studi scientifici effettuati viene fuori che il 93% della comunicazione è gestita dall’inconscio e solo il 7% dalla parte razionale, possiamo capire quanto sia importante portare alla luce il suo contenuto, comprendere i meccanismi con cui agisce a nostra insaputa. A questo proposito mi piace ricordare una famosissima frase di Jung che racchiude il senso di quanto appena esposto.

‘’Rendi conscio l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino ’’ C.G.JUNG

Nadia Di Michele

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