La fiamma di Ulisse. Il sacro fuoco che infervora ogni persona dedita alla ricerca interiore

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 1 maggio 2013

Comprendo molto bene gli gnostici e la loro visione della materia come “vestito stretto” dello spirito. C’è una cosa che ho ben presente sin da quando ero piccolo, una specie di sensazione che mi accompagna sempre e che mi fa percepire la “finitezza” della materia, limite oltre il quale non è consentito vedere. Il fuoco che ogni persona dedita alla ricerca interiore sente in se è una formidabile spinta ad andare oltre ma tale potente dinamicità è destinata a confrontarsi con i limiti imposti da questo piano di esistenza. Nel XXVI canto della Divina Commedia Dante incontra Ulisse. L’eroe del poema omerico è ormai da anni tornato nella sua Itaca, narra il poeta fiorentino, ma la sua indomita “fiamma” interiore lo spinge ad andare oltre, a superare i limiti consentiti dalle leggi degli dei e, riunito un equipaggio composto da suoi vecchi amici di avventura, decide di rimettersi in mare, anche se anziano, e di volgere ad occidente la prua della sua nave. Ad ovest, come la maggior parte delle tradizioni iniziatiche insegnano, è il regno dei morti, lì dove il sole tramonta e le speranze sembrano svanire insieme alla luce del giorno. Gli antichi sapevano che oltre lo stretto di Cadice non era possibile recarsi e proprio in quel punto, secondo le loro leggende, Ercole aveva posto due colonne ad indicare il limite oltre il quale nessun mortale poteva ardire di andare. Ulisse questo lo sapeva come lo sapevano i suoi, ma la “fiamma” dello spirito di Odisseo era troppo grande per arrestarsi davanti a questo divieto e rivolgendosi ai marinai disse:

“ ‘O frati’, dissi, ‘che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciol vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperienza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza’ ”1)

Ulisse quindi invita i suoi a passare oltre la soglia della morte (“giunti ad occidente”), per avere “canoscenza” del mondo che esiste dopo, quando il sole della vita tramonta. La fiamma di Ulisse a questo punto divampa tra i suoi uomini come in un fulgido incendio:

“ Li miei compagni fec’io si aguti,

con questa orazion picciola, al camino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e, volta la poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo ”2)

A tal punto può giungere la sete di conoscenza. Alla follia. La sapienza degli antichi greci usava recitare “Nulla di troppo”. Se Ulisse avesse accettato i suoi limiti umani esercitando la saggezza del suo popolo non sarebbe andato incontro alla fine che Dante ha immaginato per lui ed i suoi compagni. Infatti, dopo aver remato per diverso tempo in acque scure illuminate solo dalla luna, giungono alla vista di una montagna alta e bruna che nella visione medioevale corrispondeva al monte del purgatorio. Nessuno che fosse in vita, per decreto divino, poteva mettere piede o anche solo vedere questo luogo. Esisteva dunque un limite fisso, invalicabile, tale che nessuna volontà umana potesse metterlo in dubbio, nemmeno quella del più potente e famoso degli eroi dell’antichità. Giunti alla vista di quel monte:

“ Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto

che dalla nuova terra un turbo nacque

e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che il mar fu sovra noi richiuso. “3)

Dall’acqua si ritorna nuovamente al fuoco pensando come Dante, con straordinaria lucidità, pone come martirio di Ulisse una fiamma nella quale lui e la sua eccessiva sete di conoscenza sono destinati a consumarsi in eterno. “Nulla di troppo” dunque, nemmeno nella ricerca interiore ed esoterica.

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