La coscienza. Limiti e risorse della nostra finestra sul mondo

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 19 maggio 2016

Esiste un antichissimo mito che ha avuto origine migliaia di anni orsono in terra d’Egitto e che riguarda la creazione del mondo. Secondo questo racconto, inizialmente, non esisteva che uno sconfinato oceano dal quale un giorno emerse una piccola isola sul cui centro si ergeva una collina. Atum – Ra, prima divinità in assoluto, salì su questa collina e da quel luogo diede il via alla genesi dell’universo e di tutto quel che vi è contenuto.

Come sappiamo gli antichi racconti nascondono sempre delle grandi verità celate sotto forme simboliche e quindi, per essere compresi, necessitano di essere guardati con l’occhio dell’interiorità il quale, per sua stessa natura, possiede il dono dell’intuizione delle cose sottili.

Questo mito, che attirò tra l’altro anche l’interesse di Jung, spiega in effetti in modo molto semplice come nasce la “coscienza”, ovvero quella funzione della nostra psiche che ci consente di prendere cognizione di noi stessi e della “realtà”, esteriore od interiore che sia.

Tale piccola isola, infatti, corrisponde con precisione alla funzione svolta dalla coscienza che si eleva al di sopra dell’oceano dell’inconscio, fornendo un punto di osservazione individuale su ciò che esiste. L’inconscio infatti, potenza liquida e femminile per eccellenza, tutto comprende e tutto contiene nel suo seno, annullando qualsiasi confine. Le energie femminili, che tendono alla fusionalità per via del loro collegamento con gli aspetti dell’eros, “sciolgono” e “dissolvono” i limiti e tuttavia, affinché si abbia la possibilità di determinare una “coscienza” che possa essere definita individuale, è necessario che vi sia un punto di vista “isolato”. Ecco dunque chiarito il mistero, almeno in senso psicologico, dell’isola di Atum – Ra.

La stessa etimologia del termine ci consente di comprendere qual è la radice energetica che la funzione della coscienza è chiamata a rappresentare. Il lemma infatti proviene dal latino cum – scire, ovvero “sapere – con”. Ancora un volta appare evidente il richiamo al fatto che per comprendere abbiamo bisogno di due termini, ovvero necessitiamo di un soggetto che osservi la realtà e della realtà stessa.

Nell’induismo questa posizione è comunemente accettata. Brahma infatti crea l’universo per conoscere se stesso. Da questa considerazione nasce una visione del mondo nella quale gli uomini e tutte le creature esistenti altro non sono che manifestazioni di Brahma che si conosce e fa esperienza di se stesso scindendosi.

La coscienza dunque è quell’eccezionale risorsa che ci consente di fare esperienza e di acquisire gradualmente una sempre maggior consapevolezza di noi stessi, nella stessa ed identica maniera del Dio Brahma. Si tratta di un grandissimo strumento quindi al quale, tuttavia, è necessario ascrivere dei limiti che è importante conoscere. La coscienza infatti, proprio perché nasce da una “divisione” dell’inconscio, non può che essere a sua volta limitata. Per chiarire questo passaggio è utile riportare il celebre aneddoto che riguarda Sant’Agostino il quale, immerso in profonde meditazioni concernenti il mistero di Dio vide sopra una spiaggia un bambino che, dopo aver scavato una buca, cercava di trasferirvi tutta l’acqua del mare con l’ausilio di una conchiglia. Il Santo, dopo aver fatto notare al bambino che si trattava di un’operazione impossibile si sentì rispondere dal piccolo saggio che anche la sua pretesa di comprendere tutto con la sua intelligenza (coscienza), era un’impresa irrealizzabile.

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