La chiave d’argento

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 16 maggio 2013

La chiave d'argento - Valerio Ivo MontanaroQuando Galileo puntò il suo cannocchiale sul sole osservando con sorpresa che la sua superficie presentava delle strane macchie scure la Chiesa non fu molto contenta di questa notizia. Metteva in discussione il fatto che il creato fosse “perfetto” ed in qualche modo estendeva questa imperfezione anche al concetto di creatore. Quando l’uomo ha iniziato a frequentare lo spazio intorno al suo pianeta con satelliti artificiali ed astronauti ha potuto constatare con i suoi occhi che nel “cielo” non c’è nessun Dio e che gli angeli non vivono sopra graziose nuvolette. Paradossalmente questi tre secoli di cultura illuminista, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, hanno prodotto un “prodigioso miracolo”, costringendo tutta l’umanità a compiere quello che nei termini della psicologia junghiana viene definito come un “ritiro della proiezione”. In breve tutte quelle componenti che vivono nella nostra interiorità ma che ancora non abbiamo consapevolizzato, vengono sistematicamente proiettate all’esterno e viste “altrove”. Questo vale anche per il nostro aspetto “divino” che per millenni è stato esteriorizzato ovunque e che nella cultura patriarcale ha trovato la sua sede ideale nel cielo, luogo che ben rappresenta la qualità del distacco tipica di molte delle energie maschili. Attualmente la nostra società è divenuta troppo tecnologica ed ha acquisito troppe conoscenze fisiche ed astronomiche per poter “proiettare” l’immagine di Dio nel “cielo” dal momento che questo “cielo” è stato esplorato in lungo ed in largo senza trovarne traccia alcuna.

La nostra ricerca della divinità deve quindi continuare guardando altrove ed è precisamente in questo punto che il discorso esoterico diviene ancora più importante dal momento che l’etimologia di questa parola riporta semplicemente a “quello che è dentro” e a questo riguardo tutte le correnti iniziatiche hanno puntato senza indugio all’interiorità dell’essere umano. Nell’articolo precedente facevo riferimento all’esoterismo ebraico ed alla cabala. La storia di questa tradizione “sotterranea” della religione mosaica è molto complessa ed affonda le sue radici nelle antiche concezioni magiche diffuse in Mesopotamia ed in Egitto. Oggi come allora uomini posti davanti all’inesplicabilità del mistero della vita si interrogavano sull’esistenza di Dio e sulla sua “conformazione”. Da queste domande nasce quella che è forse la più conosciuta delle rappresentazioni simboliche della divinità in ambito esoterico, “l’Albero della Vita” cabalistico.

Nell’immagine associata all’articolo precedente ho volutamente sovrapposto la parte terminale di questo simbolo ad un utero con l’intento di rendere evidente che il piano materiale che percepiamo “nasce” da un piano più sottile che viene generalmente indicato con il nome di “astrale” e che trova il suo corrispettivo psicologico nell’inconscio. L’astrale quindi è la patria d’origine dei nostri sogni. Chiunque si dedica con serietà al proprio mondo onirico o all’interpretazione simbolica della vita fa quindi conoscenza diretta con questo piano di esistenza che la cabala definisce con il nome di Yetzirah. Questa è la chiave d’argento che ci consente di percepire quello che esiste oltre il piano fisico, ed è formata da tale metallo perché è riconducibile ad energie di natura femminile. Come accennavo precedentemente quella parte della divinità che è porta di manifestazione della materia viene indicata con il nome di Yesod ed è tradizionalmente associata alla luna, ad Artemide, a Selene ed in genere a tutte quelle Dee che proteggono o portano la capacità del “mettere al mondo” nell’accezione di creare e dare forma alla materia.

Conviene a questo punto soffermarci un attimo sull’importanza che diamo ai nostri sogni ed all’ottica con la quale li prendiamo in considerazione. Iniziamo con il dire che la nostra società è molto poco propensa a dar credito all’ambito onirico. Frasi ricorrenti come “é solo un sogno” o altre teorie scientifiche riduzioniste che vorrebbero assegnare ai sogni la sola funzione di ripulire la nostra mente dagli “scarti” della giornata, possono darci un’idea della scarsa serietà con la quale si è soliti considerare questo aspetto fondamentale della psiche umana. In fondo un simile atteggiamento porta con se qualcosa di rassicurante e deriva in larga misura dalla paura che il nostro io cosciente ha del confronto con l’ignoto. L’avvento di Jung si rivela determinante per ridare invece dignità alle immagini partorite dal nostro inconscio. Non ha caso lo “Sciamano di Bollingen” parla esplicitamente di responsabilità morale nei confronti di queste immagini interiori e stabilisce un principio di parità tra mondo esteriore e mondo interiore. Le figure che compaiono nel mondo onirico sono i “prodromi” della materia ed hanno un’influenza decisiva ed invisibile sull’atteggiamento che la nostra coscienza ordinaria ha nei confronti della vita esteriore ed anche nel modo in cui quest’ultima viene percepita. Tale influenza rimane invisibile fino a quando non ne prendiamo consapevolezza proprio attraverso il dialogo interiore con queste immagini. Far emergere alla luce della coscienza il contenuto che vive nella notte dell’inconscio equivale in una certa misura a quel processo che in oriente, a giusta ragione, viene definito con il termine di “illuminazione”. Si tratta in definitiva di riconoscere e stabilire con ognuna di questa immagini onirico – astrali, la giusta relazione. Argomento che affronteremo nel prossimo articolo.

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