Il Sacrificio del Dio. Quando dal sangue nascono fiori.

Tra i culti più importanti di cui ci provengono notizie dall’antichità, un ruolo del tutto particolare è certamente quello ricoperto dalle ritualità rivolte alla Dea Cibele. L’origine di questa religione, così come accade per la gran parte dei plurimillenari culti misterici, non può essere esattamente individuata, tuttavia le prove archeologiche indicano la regione anatolica della Frigia come probabile località di apparizione di questa variante del culto della Dea Madre. Il nome stesso di quest’ultima nel corso dei secoli è cambiato innumerevoli volte: Kububa, Kubila, Kibela sino ad arrivare alla versione latineggiante di “Cibele”, appellativo con cui il suo culto si diffuse nella Roma pagana. La particolarità di questa religione della Grande Dea risiedeva nel fatto che i sacerdoti erano di sesso maschile e, nello specifico, per entrare a far parte del collegio degli officianti, era necessario compiere un rito di evirazione. Questo atto così estremo ed apparentemente contro natura è stato inteso dagli storici in diversi modi. Alcuni ritengono che il passaggio dai culti matriarcali, nei quali erano sacerdotesse a rendere sacrifici alla Dea, a quelli patriarcali, nei quali i sacerdoti spesso erano uomini, richiese per conformità alla Dea l’evirazione di questi ultimi. A ben guardare, tuttavia, possiamo notare come il fallo fosse al centro di diverse speculazioni teologiche sin dalla più remota antichità. Dobbiamo infatti ricordare l’importanza di questo elemento nel culto di Osiride. Il mito egizio infatti racconta che il fratello di Osiride, Seth, scontrandosi con quest’ultimo, lo divise in 72 pezzi. Iside, sorella e moglie di Osiride, nel ricomporre il corpo del defunto marito per accoppiarsi con lui, ritrovò tutti i pezzi con l’unica e notevole eccezione del fallo che la Dea ricostruì attraverso le sue arti magiche. La stessa attenzione al fallo, collegato con il concetto di immortalità, la possiamo ritrovare durante le feste in onore di Dioniso, chiamate, per l’appunto, falloforie nelle zone rurali e antesterie in quelle urbane. Nelle campagne dell’antica Grecia infatti era usanza portare in processione un fallo come simbolo del potere fecondante attraverso il quale la Madre Terra avrebbe concesso nuovamente i suoi frutti. Rituali del genere sono ancora sporadicamente compiuti in estremo oriente ed in particolar modo in Giappone. Allo stesso modo, sempre durante i festeggiamenti in onore di Dioniso, veniva praticato il rituale dello sparagmos, una sorta di baccanale nel quale lo stato alterato di coscienza raggiunto dai partecipanti aveva come culmine quello di smembrare un capro vivo e mangiarlo. Pur nell’orgia dei sensi provocata dal rituale si aveva tuttavia cura di conservare il fallo dell’animale e di portarlo all’interno del tempio della divinità dove sarebbe stato conservato per un anno intero sino ad essere sostituito al termine del rituale dell’anno successivo. Il potere fecondante e sempre rigenerante del fallo doveva essere dunque accuratamente custodito come fatto sacro. Il potere del Dio viveva e si manifestava con pienezza in questo organo riproduttivo. L’elenco di divinità che vengono sacrificate è lungo ed è possibile ritrovare traccia di questo motivo archetipico praticamente ovunque. Tornando al rituale dello sparagmos, pur nel suo essere evidentemente un fatto cruento, ritroviamo un passaggio della massima importanza poiché la distruzione della forma fisica del capro, è l’atto ineludibile attraverso il quale si rende possibile la liberazione della potenza vivificante contenuta nelle sue membra. Si tratta, quindi, in ultima essenza, di un atto con connotazioni salvifiche. Nelle leggende relative al Graal infatti, è la morte del vecchio e sofferente Re pescatore, non a caso ferito all’inguine, che viene sostituito dal giovane cavaliere Parsifal, a riportare la primavera nel regno di Logres, così come, nella teologia cristiana, la morte del Cristo rinnova ogni cosa aprendo le porte ad una nuova era.  A tal proposito infatti nel vangelo possiamo leggere la frase “Il chicco di grano che muore porta molto frutto“. Nello stesso modo, i rituali di sepoltura neolitici dimostrano con chiarezza come il corpo dei defunti venisse simbolicamente associato al concetto di seme e, per tanto, tumulato nel ventre della Madre terra in attesa che “germogliasse”. Consideriamo in ultimo il calendario della Roma antica nel quale il mese che concludeva l’anno era dedicato al Dio Saturno, ovvero quella divinità che porta a compimento il ciclo dei mesi e che viene rappresentata come un vecchio con la falce. Anche in altre correnti esoteriche a tale pianeta viene associato tutto ciò che volge al termine, la chiusura dei cicli e l’avvizzimento. A questa divinità ne seguiva un’altra, Giano bifronte, Dio dai due volti, uno vecchio che guarda verso sinistra, al passato, ed uno giovane che guarda a destra verso il futuro ed a quello che dovrà venire. Nel mezzo, invisibile, giace il Dio sacrificato, che porta il segno della sofferenza e dal cui sangue la Madre Terra saprà fare germogliare nuovi fiori.

Lascia un commento

Newsletter

Per seguire le mie attività e condividere commentando i miei articoli