Il culto degli antichi Dei. Un’intervista all’archeologo Dott. Giuseppe Barbera – Prima parte.

Secoli fa il fuoco che ardeva da tempo immemorabile nel tempio di Vesta a Roma fu spento. Questo atto dalla natura fortemente simbolica, che per alcuni doveva segnare la fine irrevocabile di un’epoca, si è rivelato in realtà efficace? Forse quello che dovremmo domandarci è se sia possibile che un mero atto esteriore sia in grado di spegnere un fuoco interiore che rappresenta qualcosa di radicale per ciascuno di noi. Per comprendere quanto ancora della tradizione antica sia vivo ed operante, abbiamo deciso di proporre un’intervista all’archeologo Dott. Giuseppe Barbera dell’Associazione Tradizionale Pietas, il quale ha gentilmente raccolto la nostra richiesta sollevando il velo su una realtà di grande interesse, affrontando in maniera schietta e chiara argomenti delicati e di sicura rilevanza storica e spirituale.

Dott. Barbera, alcune volte le storie si comprendono meglio iniziando a raccontarle dalla fine. Può dirci qualcosa sull’editto di Tessalonica e sugli effetti che produsse in seno alla società romana?

Terrificanti. L’editto di Tessalonica fu la vittoria di una banda criminale mafiosa, giunta sino ai vertici del potere statale, contro la libertà, la correttezza e la giustizia.  L’editto di Tessalonica, emesso nel 380 da Graziano, Teodosio e Valentiniano, impone il cattolicesimo come unica religione, vietando qualunque altra forma di cristianesimo e qualunque culto pagano. Da ciò partirono persecuzioni, torture, distruzione di cultura, luce, sapienza, scienza, medicina e quanto altro si fosse preservato negli antichi templi. Nel giro di un decennio le persecuzioni verso la Tradizione Gentile aumentarono giungendo a considerare legalmente lecito perseguitare sacerdoti e gentili nel pieno delle loro funzioni religiose. Nel 391 il vescovo Teofilo organizzò la distruzione del Serapeo di Alessandria, ad Antiochia l’arcivescovo Crisostomo organizza folle di fanatici per assalire i templi della città, depredarli e distruggerli per il bene della loro madre mafia cattolica. Con l’editto di Tessalonica la libertà e la tolleranza religiosa, tipiche della cultura romana antica, muoiono a favore dell’intolleranza, della violenza, dell’inciviltà, dell’ignoranza e della sporcizia, le quali insieme, in un’orgia estatica in abiti talari, diedero vita ad un’epoca mostruosa chiamata medioevo, che alcuni storici cristiani cercano di salvare per l’invenzione della staffa, nonostante Giulio Cesare e Marco Aurelio andarono comodamente a cavallo anche senza di essa.

Prima di questa forzosa conversione com’era vissuta la sfera religiosa da un abitante “medio” della Roma antica? Quali i riti e le feste cui prendeva parte?

La vita di un antico romano era permeata di sacralità. Ogni suo gesto era quasi un rito: il modo in cui si apparecchiava la tavola, il modo in cui ci si lavava, il modo in cui si pulivano le vesti. Non esisteva a Roma il concetto di religione così come è presente nella nostra società, perché noi distinguiamo tra sfera sacra e sfera profana, per il romano tutta la vita era un’immersione nel sacro. Ci si svegliava e ci si lavava facendo abluzioni, per poi fare offerte ai Lari ed alle divinità domestiche e quindi uscire. A Roma un giorno su tre era festa, quindi un terzo della propria vita ci si immergeva completamente nelle feste religiose, gli altri due giorni si lavorava quattro ore (a meno che non si fosse schiavi: quelli dovevano lavorare otto ore). Il resto del tempo libero tutto era permeato di sacralità: il fuoco era considerato la manifestazione di un Dio, quindi trattato sempre con massimo rispetto. Pensate che in casa si viveva accanto a questa divinità, si dormiva presso di esso, con questo Dio ci si scaldava mentre ci si amava, sulle sue fiamme si cucinavano le vivande. Il Romano antico era immerso nella sfera del sacro e tutta la sua vita era permeata di sacralità.

Dalla Roma arcaica alla Roma imperiale come cambiò il pantheon delle divinità cui i cittadini usavano rivolgersi?

Generalmente si è portati a pensare che il pantheon delle divinità evocate dai romani mutò parecchio nel tempo. Ciò vale per la struttura statale, ma non per i singoli romani: già nell’VIII sec. a.C., il secolo in cui venne fondata Roma, in Italia vigeva un periodo che noi archeologi chiamiamo “orientalizzante”, perché dovunque, nella penisola troviamo oggetti religiosi, amuleti, talismani e quant’altro di origine orientale e prevalentemente egizia. Quindi le fasce popolari veneravano Marte ma anche Iside, Horo ed Osiride già nel 750 a.C. L’uomo antico si rapportava a qualunque divinità sentisse risuonare con la propria spiritualità ed emotività, senza che ciò potesse destare scandalo e stranezze a nessuno. Prima ancora della nascita del dominio di Roma esistevano rotte commerciali che, assieme alle merci, portavano culture e religioni straniere. Nel tempo non cambiarono le divinità cui si rivolgevano i cittadini romani, piuttosto cambiarono i medesimi cittadini, che aumentavano sempre più con la crescita dell’impero: all’improvviso Siriani, Celti, Iberici e quanti altri popoli vivessero nella sfera romana, davano senatori, imperatori e cittadini a Roma, i quali portavano in città il proprio culto; si calcola che all’inizio del IV sec. d.C., poco prima dell’ascesa di Costantino al potere, a Roma ci fossero più di cento culti differenti che convivevano tra loro.

Cosa accadde quando il cristianesimo, religione di origine e sensibilità orientali, iniziò ad affermarsi?

Studiare il cristianesimo delle origini non è semplice perché noi siamo portati ad immaginare la presenza di un cristianesimo che si è affermato sul paganesimo. In realtà non è così: in origine esistevano più cristianesimi, poi adombrati e la cui memoria è stata cancellata da chi è salito al potere. Basti pensare alla chiesa cristiana di Marcione, che venerava Cristo, Pitagora e Platone come grandi maestri illuminati che erano venuti ad arricchire l’umanità della loro sapienza, ma della quale pochissime informazioni sono sopravvissute all’oblio sistematicamente organizzato. In origine esistevano numerose sette cristiane, alcune di esse puntavano al raggiungimento del potere ed eliminarono quelle moderate e morbide a favore di folle di fanatici che distruggevano ogni elemento che non corrispondesse ai canoni dogmatici che essi volevano imporre. Il cristianesimo, per quanto orientale, portò con sé elementi culturali occidentali: ad esempio l’idea della religione dell’Amore non è un’innovazione cristiana, già Plauto scriveva “l’amore può ogni miracolo” e Virgilio “L’amore vince ogni cosa e noi cediamo all’amore”; l’idea del perdono è già insita nella politica di Romolo, che concede il perdono delle proprie colpe con la fondazione dell’asilum, dove in cambio dell’impegno civico si veniva riabilitati alla società. Ciò che proponeva il cristianesimo già apparteneva alla cultura romana, per questo trovò porte aperte nell’impero. Il problema reale è che alcune sette cristiane portarono dall’oriente ideologie assolutiste, le quali influenzarono negativamente persino gli imperatori che aderirono a questa religione, assumendo atteggiamenti meno augustei e più da sovrani assoluti orientali. Ciò si stabilizza fondamentalmente nell’epoca successiva, il medioevo, dove i sovrani avevano potere assoluto sotto legittimazione della chiesa cattolica apostolica romana.

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