I pezzi del Graal. L’eterna ricerca

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 10 febbraio 2016

Nel simbolismo del rituale cattolico ogni messa è una rappresentazione dell’ultima cena, così come ogni calice innalzato per la consacrazione rappresenta la coppa che Cristo utilizzò in quella fatidica sera. Ecco dunque che ogni calice è, archetipicamente parlando, un Graal, la mistica coppa che con ogni probabilità deriva il suo nome dal latino Gradalis, termine che sta ad indicare un generico contenitore.

Moltissime leggende fiorirono intorno a questa reliquia durante il medioevo. Come spesso accade, quando una civiltà si trova a elaborare ed integrare elementi estranei alla sua cultura, si attivano dei meccanismi inconsci collettivi che sono alla base di tutta quella produzione letteraria che porta il nome di “Materia di Bretagna”, nella quale gli antichi elementi del paganesimo celtico tentano di trovare un momento di sintesi con il messaggio cristiano. E’ infatti utile sottolineare il fatto che il cristianesimo è nato nell’ambito delle tradizioni semitiche orientali ed è giunto nei territori celtici dopo essere stato “filtrato” dal mondo greco – romano.

Si diceva dunque che ogni calice rappresenta archetipicamente il Graal. A tal proposito trovo interessante una storia che ci viene consegnata dal periodo della tarda antichità e che riguarda un Santo della Chiesa Cattolica. Mi riferisco a San Donato d’Arezzo, il cui culto è diffuso in diverse zone d’Italia. Questo santo, originario di Nicomedia (attuale Turchia), venne a svolgere la sua funzione evangelizzatrice nell’antica Tuscia.

Uno dei suoi miracoli più rinomati riguarda proprio il calice con il quale stava celebrando messa. Narra infatti il racconto che durante la funzione si fossero presentati dei pagani i quali, presi da furore contro la nuova religione, decisero di prendere il calice, realizzato in vetro, e di frantumarlo per terra. Leggenda vuole che San Donato non si scomponesse più di tanto. Si chinò infatti per raccogliere i pezzi del “Graal” e, benedicendoli, riuscì a ricostituire la coppa quasi nella sua interezza. Mancava infatti un pezzo. Nonostante questo il Santo decise di continuare la funzione e giunto il momento in cui il vino doveva essere versato nel calice, nonostante il pezzo mancante, il prezioso liquido rimase all’interno della coppa.

Ci troviamo davanti ad un motivo archetipico che si ritrova molto frequentemente anche all’interno di diverse correnti esoteriche, quello del “pezzo mancante”. Secondo un antichissimo mito egizio, Iside, nel ricomporre il corpo del marito Osiride, si accorse che mancava un pezzo, il fallo, alla cui ricostruzione provvide grazie alle sue arti magiche. I massoni cercano la “parola perduta” e di “riunire quel che è sparso”. A quanto pare la ricostruzione della totalità originaria, cui Jung faceva riferimento con la locuzione “processo di individuazione”, è un aspetto decisamente importante nelle vite di ciascuno di noi.

La nostra completezza richiede dunque di essere ricostituita. Naturalmente il presupposto implicito di questa affermazione è che questa sia andata perduta. Il percorso iniziatico che bisogna compiere per poterla ricomporre è rappresentato da quel famoso viaggio dell’eroe che i cavalieri alla ricerca del Graal conoscono bene. Ecco che il Graal assurge a simbolo del raggiungimento della completezza della nostra anima.

Felice possa essere la vostra cerca.

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