I misteri del grano da Dante ad Eleusi.

Siamo nel secondo canto dell’Inferno. Dante, il cui viaggio è appena all’inizio, si rivolge a Virgilio in uno dei molti attimi di sconforto che nel corso del suo viaggio dovrà affrontare. Egli, dice, non comprende il perché del percorso che ha iniziato e si rivolge al suo mentore con queste parole:
“            Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?

            Io non Enea, io non Paulo sono;

            me degno a ciò né io né altro ‘l crede.

            Per che, se del venire io m’abbandono,

            temo che la venuta non sia folle.

            Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”.[1]
Il sommo poeta quindi non si ritiene degno di compiere questo viaggio e chiede chi gli abbia concesso di porlo in essere. Teme, inoltre, che stia per avventurarsi senza riflettere e per questo motivo fa appello alla sapienza di Virgilio. Il Sommo Poeta conclude successivamente dicendo:

            “E qual è quei che disvuol ciò che volle

              E per novi pensier cangia proposta,

              sì che dal cominciar tutto si tolle,

              tal mi fec’io ‘n quella oscura costa,

              perché, pensando, consumai la ‘mpresa

              che fu nel cominciar cotanto tosta”.[2]

Virgilio, ascoltate con attenzione le parole di Dante, per scioglierne i dubbi e le preoccupazioni sceglie di raccontargli la motivazione per la quale egli si è recato presso di lui per portargli soccorso. Il poeta toscano è infatti sul punto di ritornare sui suoi passi cambiando in tal modo il suo iniziale intendimento. Il suo parlare così inizia:

            “Io era tra color che son sospesi,

              e donna mi chiamò beata e bella,

              tal che di comandare io la richiesi”.[3]

La donna che appare a Virgilio è naturalmente Beatrice la quale pochi istanti prima è in paradiso seduta al fianco della biblica Rachele quando accade un evento che la allarma e che ella stessa racconta in questi termini al poeta mantovano:

                “Donna è gentil nel ciel che si compiange

                  di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,

                  sì che duro giudicio là su frange.

                  Questa chiese Lucia in suo dimando

                  e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

                  di te, e io a te lo raccomando -.

                  Lucia, nimica di ciascun crudele,

                  si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

                  che mi sedea con l’antica Rachele.

                  Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

                  ché non soccorri quei che t’amò tanto,

                  ch’uscì per te de la volgare schiera?”[4]

Maria dunque si accorge che Dante è in pericolo e si rivolge ad una Santa che sa essere particolarmente venerata dal poeta fiorentino, Lucia. Quest’ultima, memore del rapporto tra la Portinari e Dante, si rivolge a Beatrice invitandola ad intervenire. Gli ultimi due versi rivestono una particolare importanza. E’ a causa dell’amore per Beatrice che Dante esce dalla “volgare schiera”. Vi sono molti sensi allegorici che si celano dietro questa frase ma per la nostra trattazione ve n’è uno più importante degli altri, ossia considerare il fatto che l’amore, l’eros, è identificato come il fondamentale fattore stimolante che porta all’elevazione del singolo da quella “volgare schiera” che ben rappresenta l’inconsapevolezza dell’inconscio. Nell’antichità greca, non ha caso, Eros era figlio di una tra le più importanti Dee dell’Olimpo, Afrodite, la Dea della femminilità per eccellenza. Ecco che quindi, il fattore erotico inteso nel senso più ampio del termine, si rivela essere stimolo e motore di crescita.

A tal proposito lo junghiano Erich Neumann nel suo celebre trattato sull’archetipo della Grande Madre individua due fattori fondamentali, entrambi facenti parte delle energie femminili, che possono essere visti come due estremi di una medesima forza. Il primo è rappresentato da un’energia materna – uroborica che si contrappone a qualsiasi sviluppo della coscienza e che dunque rappresenta una potente forza inerziale. Siamo davanti ad una Madre Terribile che divora i suoi figli e che, non casualmente, è associata alla morte. La seconda forza è invece una Madre – Sophia, protesa allo sviluppo dell’individualità delle proprie creature, propensione che Jung avrebbe chiamato individuazione. Per quanto attiene alla madre uroborica – divorante il Neumann così la descrive:

“Il simbolo di questa situazione psichica originaria è il serpente circolare, l’Uroboro, che, come Grande Cerchio, come nucleo, nella sua totalità ancora indifferenziata è anche la grande cavità e il grande vaso, che contiene in sé, in quanto mondo, l’esistenza dell’uomo primitivo e diviene così l’Archetipo del Femminile, in cui dominano il simbolismo del vaso e il carattere elementare”[5]

Il carattere elementare cui fa riferimento è proprio quello cui è possibile attribuire il fattore di inerzia. Le mitologie del passato riportano un numero notevole di situazioni nelle quali giovani Dei maschili itifallici venivano uccisi dalle Dee con le quali avevano rapporti, considerati sacri. Sempre il Neumann dice:

“In genere i giovani fallici, gli Dei della vegetazione, sono non solo i fecondatori della terra, ma, in quanto sorti dalla terra, sono anche la vegetazione stessa. La loro esistenza rende fertile la terra, ma appena questa comincia a dare frutto vengono anch’essi uccisi, falciati e mietuti. La Grande Madre con la spiga di grano, con il figlio-grano, è un archetipo, la cui potenza si estende fino ai misteri di Eleusi, alla Madonna del cristianesimo e all’ostia di grano, in cui il corpo di grano del figlio viene consumato. I giovani che appartengono alla Grande Madre sono Dei della primavera, condannati a essere uccisi e a morire, per essere piantati e ridati alla luce dalla Grande Madre.”[6]

 Un argomento sul quale sarà necessario tornare nuovamente a soffermarsi.

 

[1] Divina Commedia, Inferno, Canto II, versi 31-36.

[2] Divina Commedia, Inferno, Canto II, versi 37-42.

[3] Divina Commedia, Inferno, Canto II, versi 52-54.

[4] Divina Commedia, Inferno, Canto II, versi 94-105.

[5] Erich Neumann, La Grande Madre, Astrolabio, 1981, pp. 50, 51.

[6] Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, 1978, pg. 63.

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