Elogio dell’imperfezione

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 18 marzo 2014

Vivere nell’era del digitale vuol dire ritrovarsi immersi in mitologie collettive che spesso si rivelano essere particolarmente tossiche per gli stessi esseri umani che le hanno create. Uno di questi miti pone come obbiettivo desiderabile quello del raggiungimento della perfezione.

Una valida metafora potrebbe essere quella delle macchine fotografiche, che immortalano “perfettamente” tutto quello che passa per il loro obbiettivo. Un microcircuito traduce in una lunga serie di bit la luce catturata ed ecco che abbiamo il nostro bel file che descrive esattamente la “realtà”.

Vale la pena di spendere due parole riguardo a questa spasmodica ricerca della perfezione in ogni campo ed a qualunque costo. Rimanendo infatti nell’ambito della nostra metafora possiamo dire che tutte quelle volte che fotografiamo la realtà con la pretesa dell’esattezza la stiamo in qualche modo sottoponendo ad una forma di violenza.

Il filosofo Eraclito molto saggiamente diceva che non era possibile entrare due volte nello stesso fiume, intendendo in modo simbolico che la realtà del fiume sarebbe inevitabilmente cambiata tra un’immersione e l’altra. La realtà “fluisce” in un continuum nel quale ogni stante è unico ed irripetibile. Le variabili e le sfumature da cui è composta sono infinite e quindi ipso facto non possono essere immagazzinate e salvate in nessun elaboratore. L’infinitezza della vita non potrà mai trovare spazio in un computer il cui nome tecnico è “automa a stati finiti”.

Quello di cui stiamo parlando, in effetti, è un mistero remoto e profondo che veniva gelosamente custodito nelle antiche scuole iniziatiche, in primis quella pitagorica. Alcuni ricercatori storici hanno affermato che la rivelazione di questi segreti sia costata la vita agli spergiuri che si erano macchiati di questa colpa. Mettere in discussione la “perfezione” probabilmente era considerato reato già nell’antichità da quando il patriarcato aveva imposto le sue leggi basate sulla pura astrazione dell’intelletto che tanto ama i sistemi esenti da imperfezioni.

Nei numeri è celato questo segreto e più precisamente nei cosiddetti numeri che, guarda caso, vengono indicati con il nome di “irrazionali”, proprio perché sfuggendo alla razionalità, diventano inafferrabili, come l’acqua del fiume di Eraclito. Quando un numero irrazionale viene definito tale? Semplicemente quando ci troviamo davanti a quei numeri che, non essendo interi, hanno infiniti numeri dopo la virgola. Se, ad esempio, accostiamo due bacchette diverse tali che il rapporto tra le loro rispettive lunghezze sia 1 a 4 (la bacchetta piccola sta esattamente 4 volte in quella grande) il loro rapporto sarà di 0,25. Ma cosa accade se il rapporto tra queste due grandezze non è “perfetto”?

Il risultato è un numero irrazionale, ovvero con infiniti numeri dopo la virgola…uno “scherzo” della natura la cui rivelazione un tempo poteva costare la vita. In realtà non siamo davanti ad uno scherzo ma ad una vera e propria benedizione della vita.

Questa imperfezione è infatti all’origine del moto perpetuo dell’esistenza, del progresso, della necessità di “andare avanti” e “fare meglio” perché sarà sempre possibile aggiungere un altro “numero dopo la virgola”.

In questo modo si attiva un processo creativo che non ha fine e che ci rende partecipi e protagonisti non solamente della nostra esistenza ma anche di quei fattori fondamentali dell’universo che, senza di noi, non sarebbe lo stesso.

Così come nelle religioni spesso ci si rivolge alla divinità chiedendo qualcosa perché abbiamo delle necessità, nello stesso modo siamo proprio certi che anche il piano spirituale dell’esistenza non abbiamo bisogno di noi e della nostra cooperazione come “creatori” di una nuova realtà a partire da questa “benedetta imperfezione”?

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