Discorso sull’anima delle parole

Dalla mia rubrica eso-pensieri di Avalon Giornale, 19 maggio 2014

Le parole hanno un peso determinante nelle nostre vite. Devono essere scelte con cura, con quella stessa oculatezza che bisognerebbe utilizzare quando si tratta di acquistare un abito. Deve essere gradevole per noi, esprimendo quello che siamo e che sentiamo in quel momento. Sappiamo inoltre che l’abito è anche il biglietto da visita che la società osserva. Nulla è più profondo della superficie se siamo autentici nella scelta di come vestirci.

Gli antichi avevano compreso molto bene il potere del linguaggio. Nella tradizione giudaico – cristiana, facendo riferimento al nuovo testamento, possiamo sentire Cristo affermare:

“Non è quel che entra nella bocca che contamina l’uomo; ma quel che esce dalla bocca, ecco quel che contamina l’uomo.”1)

La si potrebbe pensare come una singolare affermazione se alle spalle di questo versetto non ci fosse una consolidata tradizione ermetico – esoterica che vede nell’espressione verbale un potentissimo mezzo creatore. Il più “gnostico” dei vangeli canonici, quello di Giovanni, è ancora più esplicito in merito:

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita […]”2)

Dunque la parola crea poiché attraverso di questa tutto è stato fatto. Tale potere creativo era ben noto dalla più remota antichità e veniva regolarmente utilizzato nei culti e nelle pratiche ritualistiche dell’occultismo. Mi riferisco in particolare a quelle che, nell’operatività magistica, vengono indicate come “parole di potenza”.

Tra i più celebri testi antichi pervenuti fortunosamente fino ai nostri giorni, è possibile trovare chiara traccia di tali parole nel così detto “Grande Papiro magico di Parigi”, un testo di area gnostica approfonditamente studiato anche da Jung, nel quale queste parole sono trascritte in modo da essere quanto più precisamente pronunciabili dal punto di vista fonetico. Quella che segue, ad esempio, è una formula relativa ad un incantesimo avente fini amorosi:

“ISEE IAO ITHI OUNE BRIDO LOTHION NEBOUTOSOUALETH”

Lemmi che lascerebbero sconcertato anche il più fine tra i linguisti se non si fosse ormai accertato il fatto che gli ambiti magico – occultistici sono da sempre crogiuolo di una fortissima energia sincretica. In questo breve passaggio possiamo infatti trovare parole di origine greca ed egizia, mescolate tra di loro. Iside, la dea che in occidente insieme al dio Thot, è stata maestra e madrina di ogni sapienza occulta e di ogni operazione magica, sorride sorniona, sposandosi con la filosofia ellenistica. In questo modo la sua benefica e salutare influenza si è protratta nei secoli.

Da questo felice matrimonio nascono quelle parole di potenza di cui si parla e che possiamo ancora ritrovare nei moderni grimori.

E’ tuttavia necessario fare attenzione. Dov’è presente il termine “potenza” è necessario che vi sia anche la necessaria accortezza nell’uso della stessa.

Pronunciare un nome è a tutti gli effetti un atto evocativo e ci mette in connessione con quella “potenza”, appunto, che tale nome porta. Un autore al quale, in un passato articolo, facevo riferimento, il neopitagorico Giamblico, nel suo importantissimo testo “I misteri degli Egiziani” (libro che si sofferma su un ambito particolare della magia che viene definito “teurgia”), indugia lungamente sulla questione della pronuncia di queste parole invitando alla precisione ed alla cautela.

Le parole creano e quindi “creiamo” bene!

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