Abruzzo luogo di misteri. San Pietro ad Oratorium e la fine del mondo

Fuoco e zolfo, terremoti devastanti e ciclopiche onde che si schiantano sulla terra. Stelle che precipitano dal cielo e squilli di tromba che risuonano ovunque atterrendo l’umanità intera. Ogni religione ha sentito il bisogno di allungare lo sguardo sino alla fine dei tempi, poiché qualcosa nell’uomo ha da sempre intuito che tutto ciò che ha un inizio deve necessariamente avere una fine ed è così che nascono le escatologie, termine di derivazione greca che può essere tradotto, per l’appunto, come “fine dei tempi”. Nel cristianesimo vi è un libro che narra degli eventi che accadranno durante gli ultimi giorni ed è il testo dell’Apocalisse, che viene tradizionalmente attribuito a San Giovanni evangelista. Scritto in un periodo che va dal 90 d.C. al 110 d.C. circa, contiene una serie di visioni che il Santo avrebbe avuto in merito all’argomento della fine del mondo e che ritroviamo splendidamente esposte nella chiesta di San Pietro ad Oratorium, facente parte del territorio comunale di Capestrano in provincia dell’Aquila. Questo luogo sacro contiene numerosi enigmi simbolici il cui significato cercheremo di approfondire iniziando da un elemento di base, ossia il suo orientamento. La parola stessa tradisce il suo significato. Orientare infatti vuol dire volgere verso oriente e, per questioni che non affronterò in questo articolo, porre ad oriente l’abside di una chiesa è un fattore piuttosto comune che, in questo caso tuttavia, non viene rispettato. San Pietro ad Oratorium presenta infatti un singolarissimo “orientamento” sull’asse sud – nord, con l’abside rivolta verso quest’ultimo punto cardinale. La monofora presente alle spalle dell’altare dunque non ha alcuna funzione pratica dal momento che non è mai attraversata dalla luce del sole e tuttavia, proprio sotto di essa, compare un affresco rappresentante un grande disco solare. In ambito esoterico il sole che attraversa il Nord è un sole “nero”, simbolo del male per eccellenza. Nella chiesa dedicata all’Apocalisse, dove nell’affresco che sovrasta l’altare compare l’immagine del Cristo – Giudice, si nasconde quindi, celato in forma simbolica, anche il Dragone che, secondo il testo giovanneo, sarà liberato ed a cui verrà data la potestà sul mondo. Sempre nell’Apocalisse troviamo più volte citato un libro con sette sigilli. La rottura di ognuno di questi sigilli comporta un tipo particolare di sconvolgimento. La monofora di cui parliamo è in effetti composta da sette medaglioni, di grandezza crescente dall’alto verso il basso, non perfettamente allineati. Ecco dunque che sopra il Dragone compaiono le calamità da cui la terra sarà colpita durante gli ultimi giorni. Il grande affresco che sovrasta l’altare ritrae, come accennavo, Cristo assiso sul trono del giudizio universale attorniato dai 4 Viventi e dai 24 Vegliardi dell’Apocalisse, ognuno dei quali reca in mano un Graal. I nomi di questi 24 Anziani non vengono mai rivelati ma da studi scritturali si è ipotizzato potessero essere i 12 Apostoli ed alcuni profeti dell’Antico Testamento. I 24 dunque, vestiti di bianco, lodano Cristo sotto forma di Agnello nel momento in cui egli apre il libro rompendone uno ad uno i sigilli, scatenando in questo modo le calamità che andranno a colpire gli uomini. Il Dragone è dunque messo in connessione con il Cristo proprio attraverso questa simbolica monofora. Bene e male, luce ed oscurità hanno un elemento in comune così come la coscienza è connessa con l’inconscio. Sulla facciata in effetti troviamo altri elementi che esprimono chiaramente come l’inconscio abbia interagito nella formazione di questo luogo sacro. Sulla sinistra del portone vi è infatti un bassorilievo raffigurante il Re Davide che indica una scritta in latino la cui traduzione è la seguente “Lo sculture decise la sistemazione di questa opera in seguito ad un sogno”. La profonda attenzione che nell’antichità si riservava giustamente all’ambito onirico può confondere e spiazzare una mente razionale, tuttavia è necessario osservare come i simboli, che provengono dal nostro inconscio, sono forze che interagiscono con la nostra psiche e che noi non possiamo dominare. Utile è tentare di stabilire con loro un rapporto basato sull’equilibrio. Ecco dunque che tramite l’ignoto scalpellino medioevale si evidenzia una profonda ed occulta verità. Attraverso l’inconscio forze antiche si concretizzano sulla pietra e spesso l’uomo diventa strumento e mezzo di tali potenze. E’ questo il caso dell’altro bassorilievo che si pone alla destra del portone di San Pietro ad Oratorium e che raffigura San Vincenzo diacono. L’agiografia di questo Santo è piuttosto scarna e racconta di una morte da martire dovuta alle persecuzioni anticristiane scatenate dall’Imperatore di Roma. Il suo nome tuttavia, ed i suoi attributi, raccontano una storia diversa. Il nome “Vincenzo” infatti, da un punto di vista etimologico, rimanda a “colui che vince” ed il Santo viene sempre iconograficamente accompagnato dall’immagine di due corvi che stazionano su una barca o sopra la sua tomba. Nell’antichità questi erano gli attributi di Wotan, lo Zeus del nord, sempre accompagnato da Huginn e Muninn, due corvi i cui nomi significano “pensiero” e “memoria”. Uno degli appellativi più comuni di Wotan, inoltre, era per l’appunto il “vincente”, poiché gli bastava indicare con la sua lancia un esercito per metterlo in fuga. Altri misteri si celano a San Pietro ad Oratorium, ma li affronteremo in un prossimo articolo.

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